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Agonista x caso: 2 anni di Regionale Enduro Amarcord III°

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SuperHank
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Agonista x caso: 2 anni di Regionale Enduro Amarcord III°

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Agonista x caso: 2 anni di Regionale Enduro Amarcord III° Parte

2003


L’ULTIMA DELLE XR - MONFUMO 26/10/2003

Monfumo è un ridente paesetto appollaiato sulla cima di uno dei cocuzzoli che formano le colline Asolane, nella pedemontana trevigiana; è anche la località scelta spesso dal MC Tre Pini per organizzare gare di enduro.
Questa era l'ultima prova del Triveneto, ma per me solo la terza gara dell'anno, è stata una stagione magra.
Nei giorni precedenti avevo iniziato a cagarmi sotto, perché mi era stato detto che Monfumo coincideva in gran parte col giro della gara di Cavaso del Tomba, paese limitrofo, gara dove mi ero ritirato per evitare di morire ( in un giro e mezzo 2 volte mi ero tirato la moto in testa e non so quante cadute!); la realtà invece è stata molto differente.

FANCULO L'ENDURO

Il sabato pomeriggio sono andato fino a Monfumo per le verifiche e a portare la moto in Parco Chiuso; le prime le ho fatte, ma ho anche scoperto che il Parco Chiuso era solo la domenica mattina dalle 7.30 alle 8.00. La partenza del primo pilota alle ore 8.01, quella di Alves alle 8.58; col 400 4T sono uno degli ultimi naturalmente.
Le verifiche sono state ridicole, si sono limitati a mettere le punzonature sulla moto, 10 secondi in tutto, meglio così! Però le verifiche si potevano fare anche la mattina successiva, direttamente prima di entrare in Parco Chiuso.
Quindi ho fatto 120 km quasi per niente il sabato: infatti la mia speranza era lasciare la moto lì la notte e alzarmi comodamente alle 7.00, per essere sul campo di gara alle 8.00; invece domenica sono stato comunque costretto ad alzarmi alle 5.30, per portare la moto in Parco Chiuso entro le 7.30! Nemmeno alla gara più vicina a casa sono riuscito ad andare riposato e rilassato!
Mi sembra che i vari organizzatori fanno ciascuno a modo loro: chi ti fa il Parco Chiuso alla notte di sabato e ti costringe a essere lì già il sabato, perché non fanno le verifiche alla mattina; all'opposto c'è chi invece fa tutto la mattina, prima della gara; c'è chi rompe i coglioni, controllando fari, targa, cavalletto, gomme, fonometrica, chi invece se ne sbatte e nemmeno guarda la moto: sembra quasi che si mettano d'accordo per incasinare la vita al povero Privatone sfigato, come non fossimo noi, con i nostri euri, a fare andare avanti la baracca dell'enduro!

ENDURISTI SBORONI

Le gare, che sono l'elite dell'enduro, sono anche il festival degli sboroni; sembra che tutti siano Salminem in persona, moto tiratissime, camper e mega furgoni attrezzati che neanche in Formula 1 li hanno così!
Su quasi 200 iscritti, di moto scrause in gara c'erano solo 3 XR, 2 400 e un 250, un KLX 300 e uno dei pochi TTR 250 di importazione parallela; il resto, la solita marea arancio e blu.
A segnare l'ingresso in Parco Chiuso il MC aveva messo un nanetto, la sua testa arrivava appena al manubrio; questo simpatico personaggio guarda la mia moto, mi chiede di che anno è, "96" gli dico, "Che vecchia!!" ha il coraggio di rispondermi, quasi incredulo che una moto del remoto 96 non sia stata ancora rottamata.
Durante la gara lo metteranno a guardia di un Controllo Timbro, e avrà l'impudenza di dirmi "Vendilaaa!"; io, che sono un signore, non lo mando a fare in culo e rispondo che ci sono troppo affezionato: mi guarda con compatimento.
Anche sui volti degli altri piloti, quando siamo fermi al C.O., leggo stupore a vedere una XR in mezzo ai loro K, WR, CRF, ecc., quasi fosse un alieno!
L'unico simpatico è l'addetto alla partenza della 1° P.S. che, quando mi sono presentato al cancelletto di partenza, mi fa "Mitica XR!".

LA GARA

Alle 5.30, mentre i discotecomani, devastati dal sabato sera, rientrano a casa, io parto per una devastante giornata di enduro. Alle 7.00 sono a Monfumo, sfatto da freddo e sonno aspetto il mio turno di partenza.
Al via sono appaiato con un CRF 450, ho la grande soddisfazione di accendere il motore col primo calcio, mentre l'altro spedala e spedala! Poi mi supererà infinite volte, vabbè!
Appena uscito dal piazzale mi trovo davanti il faccione del mio amico Dino e il ditone ingessato di Gianni (guarda caso rotto in azione enduristica) che mi incitano calorosamente: cazzo, ho un pubblico oggi, devo fare bene, altrimenti mi sputtano la reputazione di endurista!
Il percorso di gara si sviluppa tutto fra le collinette e i campi della zona, bassi rilievi assai antropizzati, con qualche residuo di bosco selvaggio.
Il primo pezzo di trasferimento era in fondo ad una valle, la valle dell'Acqua Morta, già il nome mena sfiga.
Invece è uno dei pezzi off più belli: il percorso segue il torrente, lungo sentieri, campi di stoppie e prati, guadandolo un paio di volte.
L'aderenza è zero: la valle è ancora in ombra, la brina della notte non si è ancora sciolta, il paltano smosso dalle moto già passate è puro sapone. Le braccia, anche un po’ per la tensione, mi vanno subito in crisi, le sento dure, fatico molto a tenere la moto; d'altronde sono mesi di siccità in cui ho guidato solo su pietre aride e terra dura e polverosa, adesso ha anche piovuto per diversi giorni, erano secoli che non avevo fango sotto i tasselli.
Ma però mi diverto: è bello guidare fra queste amene vallette, seguendo il corso sinuoso del torrente, con il battito possente e cupo del motore 4T; penso al sommo poeta Robert Browing, inglese di nascita, Asolano d'adozione, che dedicò a queste terre la raccolta di poesie "Asolando", chissà se il nostro passaggio gli ispirerebbe una poesia, o piuttosto una invettiva contro i nuovi barbari. Perso fra questi pensieri filosofici rischio di schiantarmi dentro una vigna e torno bruscamente alla realtà della gara: sono in coda per la I° P.S..

I° P.S.

Appena arrivo al cancelletto di partenza mi cago sotto: il fettucciato si sviluppa tutto sul ripido pendio di una collina, sprofonda verso la valle, non se ne vede nemmeno la fine ma quello che vedo mi basta ad avere la strizza, non c'è un metro di tracciato che non sia in contropendenza. "Col viscido di stamattina qui ci si ammazza" penso.
Mi danno il via, 2-3 metri e c'è la prima curva ad angolo retto, altri 3 metri e si salterebbe un dislivello di un metro, ma è meglio non farlo, perché subito sotto la pista gira bruscamente a sinistra; segue un avvallamento del pendio, scende e sale, sale e scende poi una curva a gomito attorno ad un grosso cespuglio, una delle tante curve a gomito di questa speciale. Sono molto ripide, bisogna dare gas per superare la pendenza, ma per farle velocemente bisognerebbe caricare l'avantreno, col rischio che parta il Derapone Adrenalina e il povero Alves finisca lungo a terra, magari proprio mentre arriva un 525 dritto sulla schiena! No, grazie! Rimango allora col deretano saldamente ancorato all'estremità della sella, in modo da avere il monoammortizzatore molto caricato: con i miei 100 kg sopra, di sicuro la ruota motrice non scapperà in scivolata! L'unico inconveniente è che mi ritrovo l'avantreno leggerissimo, lo governo tutto di braccia e manubrio neanche fosse un deltaplano, ed ogni tanto mi scappa una coreografica impennata in uscita delle curve: il numeroso pubblico va in visibilio, penserà che stia passando un manico!
Il terreno è ancora umido, il passaggio delle moto non ha ancora del tutto eliminato quell'erbetta che è la prima causa di traumi agli arti del fuoristradista, modero la mia già modesta andatura.
All'improvviso il terreno sparisce: precipita in basso con un rampone micidiale, perdipiù con una serie di piccole gobbe che, se uno avesse manetta e cuore, le salterebbe a ruote pari; io mi limito a copiarne il profilo, e lo stesso le sospensioni dell'XR vanno a pacco.
Si fanno un po’ di pettini, avanti indietro, in fondo alla valle, poi un salitone riporta in alto ma subito dopo si precipita giù con un altro rampone; altri pettini e tornanti a gomito a salire, mi sto avvicinando alla fine, vedo la partenza … invece no!
La pista si ributta giù, entra in un tratto di boscaglia, si riduce ad una stretta traccia in contropendenza su radici, poi sbuca nuovamente in un campo; ancora serpentine a salire, rettilineo, tornante in pendenza di 5° grado alpinistico, tornante; un'ultima rampa e sono fuori dalla speciale, proprio davanti a Dino e Gianni che mi salutano calorosamente.
La P.S. è dura, soprattutto perché la presenza di piloti più veloci che mi raggiungono e superano mi mette ansia; ma se fossi solo a girare, senza pressioni, sarebbe la pista più bella ce ho mai fatto, troppo divertente!

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PER LE COLLINE

Ansimante ed accaldato riprendo il trasferimento su asfalto, ma dura poco: dopo mezzo km, in prossimità di una valletta, ci fanno entrare su un sentiero che la risale. Il fondo è di sasso piantato, "nero", a schiena d'asino, ricoperto da un lieve velo di fanghetto più scivoloso dello Svitol.
Quando si esce con gli amici, in 4-5-6 persone, è un classico che quando gli ultimi si piantano, accampino come scusa che il passaggio dei primi ha talmente devastato il fondo che loro non hanno più grip, si è sollevato il fango, ecc..
Ecco, in gara ci sono 200 moto, quando passo io ne sono già passate 150, non esiste un millimetro quadrato intonso dove posare il tassello!
Su questo sentiero salgo con la moto che sbisciola via continuamente, do continue zampettate per mantenere l'equilibrio; la conformazione del terreno mi spinge verso il torrente, ma una minuscola sponda di terra, formata dalle zolle sparate via dalle ruote degli altri concorrenti, mi da quel minimo di aderenza e direzione per salire.
la parte terminale è migliore, esco in accelerazione sulla strada asfaltata; ci sono alcune persone ad assistere il passaggio della gara, ci incitano, applaudono, ci indicano la strada da seguire: veramente in questi frangenti ti senti un eroe!
Adesso scendiamo verso valle, sull'altro lato della collina, per una traccia in mezzo ai prati ancora bianchi di brina: per non scivolare cerco di stare con le ruote dentro i canali scavati dall'acqua. Raggiunta la pianura, si attraversano campi e un paio di cave, lungo strade sterrate, fino a raggiungere un piccolo torrente, e lo si costeggia per un lungo tratto: c'è solo un velo d'acqua, il fondo è di pietrisco finissimo, chissà perché non ci hanno buttato dentro lì.
C'è anche un guado da non fare, ma un sacco di piloti, presi dalla foga, tirano dritti in mezzo agli spruzzi e poi ritornano indietro: succede anche a me nel terzo giro.
Al tratto sull'argine segue di nuovo l'attraversamento, ovviamente in senso contrario, delle colline da cui siamo scesi poc'anzi; anche questa salita è impegnativa: il primo pezzo è su un pratone scivoloso, poi ci si infila nella boscaglia, in alcuni punti così stretta che le piante attorno sono segnate dagli strusciamenti di manubri e pedane! Il fondo è simile alla salita precedente, sasso scivoloso e paltano.
Al termine dell'ascesa si ritrova l'asfalto, dove delle gentili signorine ci timbrano il cartellino (C.T. n°1); indi si prosegue per asfalto per un paio di km, fino ad una strada abbastanza importante e trafficata; la si abbandona sulla destra per una lunga mulattiera in salita, sicuramente il punto più ostico del giro. La pendenza è importante, il fondo a tratti fangoso, a tratti sassoso, con cunette e buche che possono fermare l'avanzata dei centauri; partire da fermi potrebbe essere un grosso problema! "Se sei incerto tieni aperto" questa saggia massima da tutti i consigli necessari per salire di qui: tengo aperto fregandomene di cosa mi passa sotto le ruote, delle reazioni scomposte delle ruote e sono in cima.
Si prosegue per stretti ed ondulati sentieri nel bosco, sempre molto fangosi: anche se brevi, questi pezzi di fuoristrada non sono così facili, fra le poche gare che ho fatto questa ha senza dubbio i tratti di salita più tosti: di solito, per evitare tappi, le difficoltà sono sempre in discesa!
Ritroviamo brevemente l'asfalto, poi si rientra nel bosco per una stradina assolutamente facile, troppo facile, infatti mi deconcentro e faccio un volo memorabile; perdo il controllo dell'anteriore, la moto scivola a sinistra, io cado violentemente a terra con spalla e braccio destro. Nessun danno al mezzo, ma il braccio mi fa molto male, non riesco a muoverlo completamente. Riprendo la marcia, il dolore non cessa, medito il ritiro, NO, non posso, che figura farei con gli amici venuti a vedermi! Tengo duro, andando ancora più piano del solito.
La stradina del "Volo di Alves" porta ad una piccola selletta prativa, occupata da una minuta ed antica chiesetta, con tanto di campanile in scala e recinto di cipressi: un luogo di una suggestione fuori dal tempo, un'oasi di pace assediata dai nostri rumori; infatti lì ti fanno spegnere le moto e spingerle a mano fino all'altra estremità del bosco, oltretutto in salita!
Ancora viscidi sentieri guidati fra i boschi, fino a raggiungere una stradina sterrata che, con alcuni tornanti, ci fa scendere a delle case dove c'è il C.T. n° 2, ma la posto delle gentili signorine c'è il nano antipatico che ha osato offendere il mio XR!

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II° P.S.

L'incontro col Nano Antipatico segna la fine del tratto collinare del percorso. Da lì si fa una lunga sgroppata su asfalto, fino ad infilare una strada bianca lungo un torrente, l'Edega; poche centinaia di metri e mi trovo intruppato in mezzo a decine di moto: sono arrivato al 1° C.O., con 25 minuti di anticipo!
Non perché sia stato un missile ma perché ci sono stati dei tagli al percorso, probabilmente a causa di permessi negati.
Siamo tutti fermi su questa strada, circondata da montagnole di terra di riporto, recintate: si, è proprio così, è una discarica! Ma si sa l'endurista "ama" frequentare cave abbandonate, magari con residui tossici, discariche e fogne varie!
Inganno la lunga attesa al C.O. stendendomi sull'erba a prendere il sole, massaggiando il braccio offeso.
Superato il C.O., si entra in un boschetto, si supera un ripido dislivello del terreno e ci trova in un ampio campo dove c'è la II° P.S.: è il classico fettucciato di pianura, assolutamente piano, eccetto un grande avvallamento a lato dove si scende e sale tre volte.
Lo faccio tranquillo, al mio ritmo: è scorrevole, non come certi fettucciati contorti su se stessi come serpenti. Le sponde dell'avvallamento sono così ripide che, volenti o nolenti, , uscendo non si può fare a meno di esibirsi in spettacolari salti.
Conclusa senza infamia e senza lode la P.S., esco da campo, verso l'asfalto. Un po’ di km su strada e ci ributtano in off-road, purtroppo è un tratto veramente breve, ma bello: una valletta boscosa dove zig-zagare fra gli alberelli, guidare in contropendenza su sponde fangose e radici, attraversare un pantano dove le moto hanno lasciato solchi di mezzo metro, guadare un fosso, stretto da dai bordi ripidi; infine si costeggiano un paio di campi e si esce sull'asfalto per uno spettacolare guado da affrontare in velocità, sotto gli occhi entusiasti di un ragazzino e di suo nonno.
Lì vicino c'è il terzo ed ultimo C.T., tenuto da gentili signore e signorine: molto meglio del Nano Antipatico!
Da questo punto fino al 2° C.O., che corrisponde all'arrivo, c'è solo asfalto, sempre a causa di permessi negati.

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IL SECONDO GIRO

Ne approfitto del tempo a disposizione per far benzina, togliere un po’ di fango dalla moto, ingurgitare barrette energetiche e riposarmi.
In gara, durante il primo giro le difficoltà sono potenziate dall'incognito e dalla tensione, ma quando lo concludi bene sai che anche i successivi puoi farcela ed allora tutto diventa più semplice.
Il sole, finalmente alto in cielo, ha dissolto la brina e il ghiaccio; nelle zone in ombra il terreno resta molle e fangoso, mentre in quelle assolate, come le le P.S., si asciuga e l'aderenza migliora sensibilmente: Dino, incontrato al terzo passaggio nella 2° P.S., mi dice "Oggi c'hai un terreno fantastico, tiene tantissimo in piega, è da orecchie per terra!" "Non per me!" rispondo, le mie orecchie restano in alto!
Mi gusto il passaggio nella Valle dell'Acqua Morta, dove prima scivolavo ad ogni metro adesso mi permetto anche piccole impennate sui dossi del terreno.
Alla 2° P.S. arrivo abbastanza rilassato, il dolore al braccio mi è scomparso: giro in scioltezza fra i paletti, arrivo al primo discesone e chi mi trovo? Dino e Gianni che si sbracciano e urlano per incitarmi! Mi commuovo, devo darci dentro non posso deluderli! Arrivo in fondo al rettilineo, imposto il tornante da manuale, gamba interna tesa, esterna che spinge sulla pedana, derapata controllata in uscita; altro tornante, stringo tutto facendo il pelo al paletto, allargo in accelerazione, sfrutto un piccolo dosso per saltare, chissà se Dino e Gianni mi stanno guardando!
Ora sto ritornando verso di loro, mi attende un tornate in contropendenza molto stretto, stringo, stringo, stringo…mischia quanto stringo! E infatti finisco fuori pista, sradico da terra paletto, fettuccia e tutto il resto, ma non mi fermo, più per la figuraccia che il resto, e avanzo fino all'uscita della P.S..
Nel resto del trasferimento incontro più o meno le stesse difficoltà del primo giro, ma va tutto liscio e mi diverto un casino.
Della 2° P.S. niente da dire, va tutto OK, ultimo tratto off e sono al C.T., saluto cordialmente le signorine di servizio, sono o no un "gentlmen driver"?

LO SCIAME DI VESPE

Mi avvio verso Monfumo, ad una rotonda do la precedenza ad un paio di Vespa, ma poi ne arriva un'altra, e un'altra ancora, decine di Vespa di tutti i tipi! Ho intercettato una qualche Cavalcata o raduno di Scooter Piaggio che fa la mia stessa strada.
Mi butto in mezzo allo sciame di Vespe, che sensazione di potenza guardare da 2 metri di altezza queste poltroncine a motore, bassotte e scoreggianti, il mio marmittone – cannone da solo quasi copre tutto il loro brusio.
Ma non c'è spocchia da parte mia: sono tanto carine e simpatiche queste vespette! La maggior parte sono 50 Special ed ET3 Primavera dei '70, ma ci sono anche vesponi GS più antichi, con accessori cromati che fa tanto Mods, e recenti T5 e PX degli anni '80-90. I piloti hanno giubbotti dedicati, club "La Vespetta", o qualcosa di simile; in cima al nugolo di scooter c'è una FIAT 124 ABARTH a fare da apripista con tanto di bandierine. I vespaioli mi fanno segno di passare, nei tratti in cui non ho visibilità mi danno il via libera, forse credono di ostacolarmi, di intralciare un famoso pilota in lizza per la vittoria! Nei rettilinei do gas, un boato esce dallo scarico, sorpasso decine di mezzi in pochi metri, mai sorpassato così tanta gente insieme, mi sento figo!

ULTIMO GIRO

Il terzo giro è la copia del secondo, una trotterellata senza problemi fino all'arrivo.
In uno dei guadi nella Valle dell'Acqua Morta mi prendo una piccola ma bella soddisfazione; all'uscita di uno dei guadi si è formato un fangone micidiale, nei solchi profondissimi un paio di moto sono ferme a spingere; più a sinistra, altri 2 piloti hanno provato a salire a salire la sponda in un punto più consistente ma anche più ripido, si sono impiantati, a metà ed ora, piedi a mollo, spingono per salire. Studio la situazione, entro nel torrente, tengo la destra, risalendolo per alcuni metri fino ad uscire a monte degli altri piloti impiantati, senza colpo ferire!
Alla 1° P.S. vado sereno, mi diverto; quando mi accorgo di essere nell'obiettivo del fotografo ci do dentro, tanto per fare il figo. Il trasferimento passa il un baleno, in effetti mi accorgo di quanto il percorso sia breve, i mugugni sentiti dai piloti durante le pause sono più che plausibili, quando sganci 40 € di iscrizione ti aspetti di farne di fuoristrada! Allora forse è meglio una gara come Mansuè, dove si fanno 70 km a giro su campi e argini (quindi molto facili) ma tutti realmente in fuoristrada, piuttosto che Monfumo dove i km di fuoristrada sono meno di 30, pur se belli tosti.
Io comunque non me la sento di criticare come fanno certi gli organizzatori, immagino quanto sia difficilissimo organizzare un evento fuoristradistico, soprattutto nel Triveneto.
Alla 2° P.S. incontro di nuovo Dino e Gianni, 4 chiacchere e ci diamo appuntamento al bar; affronto in scioltezza l'ultima Speciale della giornata, poi gli ultimi km di fuoristrada e asfalto e metto la moto in parco chiuso: a ririrare il cartellino c'è l'onnipresente Nano Antipatico, hai visto che anche una moto del 96 è arrivata in fondo?
La giornata si conclude davanti a birra e panino, chiacchierando con gli amici della gara, di moto e di sentieri: di cos'altro potremmo parlare sennò?


IL PROFUMO DELLA VITTORIA – 3° ENDURO DELLE VALLI 16/11/2003

Ero convinto di aver chiuso la mia magra stagione agonistica il 26 ottobre a Monfumo, ma mi sbagliavo.
Uno dei giorni successivi entro nel sito "Soloenduro", sezione Eventi, non ricordo nemmeno perché ma subito mi salta agli occhi un nome, Casaleone, paese celebre al mondo per aver dato i natali al mio caro amico Nicola!
Cosa ci fa Casaleone su Soloenduro? Semplice: Il MC Cerea vi organizza una gara di enduro sperimentale. Anche se non ne avevo mai sentito parlare prima, questa è la terza edizione del "Enduro delle Valli".
Quali "Valli"? Le Valli Grandi Veronesi, ampia area di bonifica all'estremo sud della provincia veronese: basta prendere una carta 1:200.000 e si vede chiaramente questa grande campagna, quasi priva di centri abitati, percorsa da dritti canali di drenaggio acque. Nicola mi ci aveva portato anni fa ed ero rimasto colpito dalla vastità degli spazi: sono un estimatore dell'enduro fluviale e di pianura, potrebbe essere una manifestazione interessante, mi sono detto.
Ma cos'è un enduro sperimentale? Intanto una gara non inserita nel Campionato Regionale, ma ovviamente sempre all'interno della FMI; poi la formula solitamente prevede molte più P.S., trasferimenti corti e ripetuti: in tal modo si ovvia alla difficoltà di ottenere la valanga di permessi necessari per allestire un percorso off-road di 50-60-70 km.
In particolare questa gara aveva in programma 2 prove di cross-country al mattino e 5 prove enduro al pomeriggio.
Ragionavo: è un pezzo che non vedo Nicola (lavora all'estero), sai che bello se fosse a casa quel giorno, sua madre cucina da dio, magari anche mi ospitano la notte, poi in giardino c'è la collezione di mezzi d'epoca del padre da ammirare, trattori Landini a testa calda, una FIAT degli anni 20, ancora con le ruote in legno e una Lancia degli anni 50. Insomma c'erano un sacco di buoni motivi per andarci ma poi ragionavo che girare in fettucciati non mi piace, alla mia ragazza sola soletta a casa…
Quindi, pensavo sinceramente di non andarci, ma poi ho fatto l'errore di parlarne al Farmacista, mio compagno di gare: speravo che mi dicesse "no, non posso!" per tranquillizzare la mia coscienza sulla decisione presa, ma invece mi fa "sembra carino, ci andiamo?". In capo a 2 giorni eravamo tutti e 2 belli e iscritti!

ALBA A CASALEONE

Alle 6.20 siamo già in auto, diretti verso la Bassa Veronese; piove da tutta la notte: se fosse una Cavalcata mi sarei rigirato nel piumone e fan culo la moto, ma quando hai pagato in anticipo ti secca fare beneficenza ai MC, e allora si parte lo stesso; e poi l'enduro è acqua, fango, freddo e merda, che enduristi saremmo?
All'alba una luce fredda pervade la campagna, sembra che il sole non voglia sorgere: tutto il giorno il cielo sarà opaco, glaciale, senza tono, avrebbero potuto essere indifferentemente le 10 A.M. oppure le 16 P.M., nessuno se ne sarebbe accorto senza orologio! Perlomeno ha smesso di piovere.
Giunti nel ridente paese di Casaleone cerchiamo la Partenza, presso la pizzeria Barone Rosso: il paese è un grumo di case nella campagna, lo attraversiamo tutto ma del famoso aviatore tedesco non c'è traccia; siamo ormai fuori dall'abitato quando vedo una minuscola freccetta in legno, 5x10 cm, con scritto enduro: mi sento come un intrippato alla ricerca del rave party abusivo, altro che manifestazione sportiva.
Percorriamo una stradina, persa tra campi, fattorie e canali, che apparentemente non porta in alcun luogo, finché non scorgo un groppuscolo di camper e furgoni all'orizzonte, deve essere il paddock.
Giunti in loco restiamo con la bocca a uovo: dal cassone di un camion 2 casse sparano a palla "FURIA CAVALLO DEL WEST, CHE BEVE SOLO CAFFE', PER RIMANERE IL PIU' NERO CHE C'E', FURIA CAVALLO….; attorno uno sparuto accampamento di enduristi: sul programma della manifestazione era indicato il numero chiuso di 120 piloti, ma qui non ci siamo neanche lontanamente, ci sono solo poche decine di moto; c'è il Barone Rosso travestito da pizzeria, attorno il nulla, solo campi a perdita d'occhio e qualche fattoria spersa.
Ma quello che ci colpisce maggiormente è lo staff, quasi più numeroso dei concorrenti: tutti col gilet della manifestazione con lo sponsor, tutti gentili ed amichevoli. Ci iscriviamo e ci consegnano perfino i numeri di gara da attaccare sulla moto, mai successo nel Campionato Triveneto!
Siamo a disagio: non ci sono scuse, dobbiamo correre fino in fondo, non possiamo ritirarci, dobbiamo rendere omaggio al lavoro di questi appassionati.
Inoltre, tra il serio e il faceto, ci prende lo sconforto: siamo in 4 gatti a correre, quindi tutti ci osserveranno e vedranno quanto siamo scarsoni!

LA GARA DI CROSS

Il direttore di gara chiama i piloti al briefing sotto al cassone del camion, saremo si e no 50 piloti; sono stati fatti 3 gruppi, come nel cross: 125 2T-250 4T; 250 2T-450 4T; OLTRE 2T-4T. Alla mattina si disputeranno 2 prove di cross-country per classe: in pratica sono delle manche di motocross, partenza tutti assieme, allineati dietro la cordicella, e poi 15 minuti a manetta dentro la pista, ricavata in un campo fangoso di fronte al Barone Rosso, oltre un profondo fosso scavalcato per l'occasione da 2 ponticelli in legno.
Viene dato il via al primo gruppo: i motori girano a 1000, le frizioni stanno per esplodere da un momento all'altro; un eroico personaggio si piazza al centro dello schieramento con il cordino in mano, protetto solo da un esile palo; lascia cadere la cordicella, boato dei 4T e stridio lancinante dei 2T mischiati assieme, 20 moto si lanciano verso la prima curva.
I primi corrono via veloci, qualcuno cade, il gruppo si sgrana ma mantiene un buon ritmo; fanalino di coda un CRE 50, il suo motore va al limite del fuorigiri, è in piano ma è come stesse affrontando una rampa del 30% di pendenza: ma di cos'è fatta questa terra, silicone rinforzato da attack?
Noto una curva dove molti piloti arrivano e quasi si fermano, accelerano oltre il limite della grippata, fontane di fango dal posteriore per ripartire; i primi invece corrono lisci come se fosse terra battuta: la solita differenza tra organismi superiori ed inferiori.
Dopo un tempo che mi è parso interminabile la manche finisce, non ci sono scuse, ora è il mio turno!

LA MIA GARA DI CROSS – 1° MANCHE

Mi allineo in mezzo al gruppo, vaso di coccio fra i vasi di ferro; davanti a me un rettilineo di 150 metri e poi una curva che mi pare strettissima, un budello micidiale dove mi vedo già a terra, triturato dai tasselli delle altre moto.
Spesso quando guido tolgo gli occhialoni per vederci meglio, tanto sotto ho quelli da vista che mi proteggono; il farmacista mi consiglia di tenerli su, "vedrai quanto fango volerà in aria tra poco!".
Ma gli occhialoni da moto non ne vogliono sapere di rimanere limpidi, devo fumare come una vaporiera, appena li indosso si appannano immediatamente, e pure quelli da vista! Risultato: nebbia in Val Padana, non vedo una mazza! Li pulisco freneticamente, poi mi viene in mente l'espediente usato dai sub: uno sputazzo all'interno, sparpagliato poi per bene col dito; così faccio, e alla condensa del fiato sostituisco l'umidore della saliva, ma qualcosina di più vedo.
Ragiono su quale sia la tattica di gara migliore per evitare la bagarre: mettersi in testa dall'inizio alla fine, oppure tenere saldamente l'ultima posizione, magari partendo 2 secondi dopo gli altri? Non so decidermi.
Intanto tutti sono pronti, i motori accesi, i decibel oltre il muro del suono della tolleranza: l'omino lascia cadere lo spago e 20 moto si lanciano in quel pantano primordiale che sarebbe il terreno di gara.
Molte moto volano letteralmente avanti, io ho un attimo di esitazione ma poi mi ritrovo a buttar dentro le marce come quasi mai ho fatto: in tutto quel frastuono non si capisce niente, potrei essere indifferentemente in fuorigiri o sottocoppia, l'unico termine di paragone col mondo sono le altre moto sfreccianti a lato.
La prima terribile curva si avvicina, non so come ma non sono ultimo, mi trovo a circa tre quarti del gruppo, e pure sulla traiettoria favorevole! Stringo la curva come Alberto Tomba avrebbe fatto sul paletto, supero una mezza dozzina di piloti e mi ritrovo alle spalle dei primi! Da li manterrò la posizione fino alle battute finali, guidando di conserva, quando surclasserò le potenti CRF e EXC, ormai portate a spasso da piloti spompati dallo sforzo,e arriverò primo, in un tripudio di applausi e onori, accolto da agricole ragazze locali in bikini e stivaloni di gomma!!!
Beh, non è andata proprio così: nella prima curva arrivo si su una traiettoria favorevole ed effettivamente supero un gruppetto di piloti che si sono “ingrumati” all'esterno della svolta; ma poi una accecante sventagliata di fango in faccia mi rallenta, consigliandomi di prendere le distanze da quelli davanti.
Per circa 6 secondi, 1 rettilineo e 2 curve ho l'illusione di poter sostenere la competizione, ma sbatto il muso sulla dura e fangosa realtà: le curve sono un labirinto di canali scavati dalle altre moto, un incubo a cui non sono abituato; una volta su cinque riesco a beccarne uno, seguirlo come una rotaia ed uscire decentemente veloce sul rettilineo successivo; ma le altre 4 ho sempre la moto scomposta, il manubrio sbacchetta ed è già molto tenere in piedi la moto; anche su alcuni tratti rettilinei ho problemi, buche e solchi sono trabocchetti micidiali per la mia moto.
Già al primo giro ho il fisico in apnea, come farò a resistere 15 minuti? Il terreno è pesantissimo, terra grassa, collosa, argillosa, un pongo che impasta moto e piloti, le ruote si trasformano in lisce caciotte. Incredibilmente è una "pasta" asciutta e molto consistente, tranne in alcuni specifici punti molto bagnati, dove il fango è più simile alle sabbie mobili e la moto accusa decelerazioni da aeronautica.
Rapidamente scivolo in fondo classifica, insieme ad un paio di sfigati miei pari. Per un po’ giriamo assieme ed ho anche l'ambizione di superarli, ma un paio di cadute fra i canyon di fango mi ributtano inesorabilmente in ultima posizione!
Scruto con disperazione il direttore di gara, in attesa dello sventolio della bandiera a scacchi, ma i giri si susseguono, interminabili; vengo anche doppiato e preso a gomitate in uno di questi sorpassi.
Finalmente appare il cartello che segnala –1 giro, il supplizio sta per finire: Gianantonio mi dirà che lui non aveva visto questo cartello esposto, vuoi che l'abbiano tirato fuori apposta per me, per darmi speranza di arrivare in fondo?
Termino l'ultimo giro, il quinto, e fra gli applausi esco dalla P.S..

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LA MIA GARA DI CROSS – 2° MANCHE

Quindici minuti mi hanno devastato peggio di una intera giornata di enduro, non c'è muscolo che non mi dolga; non che il risultato mi importi, ma purtroppo devo amaramente ammettere che ho zero tecnica ed anche resistenza per il cross. L'XR poi, mostra il fianco a tutti i suoi difetti: la sua morbidezza, che in mulattiera è ancora valida, qui si rivela perdente. La moto è assurdamente incrostata di fango: il paracoppa, come una spatola, ha raccolto chili di fango, assomiglia di più ad una fioriera! Il fango è così denso che ostruisce perfino il movimento dei pedali! Quello poi più a contatto con le parti calde del motore si è solidificato, aderendo come cera al metallo: per toglierlo devo usare un legno come punteruolo!
Sono così stanco che non vado nemmeno a vedermi la gara della oltre, e mi dispiace perché c'era un tipo con una incredibile Transalp trasformata, spogliata di tutto, con un minuscolo serbatoio in alluminio: avrei voluto vedere il bisonte nel pantano!
Tocca di nuovo correre: stavolta ho di fianco il Farmacista; quando cade la fettuccia scatta in avanti come un missile, ma alla terza curva (dove transito già terzultimo o penultimo, non ricordo bene) lo vedo in terra, con le membra allargate sul terreno, come una rana schiacciata; lo supero in apprensione, ma non si è fatto niente, poco dopo mi supera di gran carriera. I 15 minuti di manche scorrono lenti, fra una imbarcata in curva e una caduta nei solchi.
Ragiono fra me e me sulle possibili scuse da accampare per la mia pessima prestazione: il cambio era bloccato in prima, andavo piano per risparmiare benzina, non volevo schizzare fango e sporcare la pista, mi si è slacciato lo stivale.
Piano piano arranco verso il traguardo, finalmente anche per me sventola la bandiera a scacchi, i ragazzi di servizio a bordo pista si stracciano le mani ad applaudirmi e incitarmi, nemmeno avessi vinto la Sei Giorni: non è una presa per il culo, sono commosso!

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LA GARA DI ENDURO

Sono quasi le 11 quando finisce anche la seconda manche della classe Oltre. Il Direttore di Gara chiama i piloti al briefing e spiega lo svolgimento della prova di enduro. La spiegazione è abbastanza confusionaria, come quella precedente del cross, sembra quasi che le modalità di svolgimento siano state decise ad occhio nel momento stesso: e forse è così con soli 40-50 piloti avranno giocoforza dovuto rivedere un po’ tutto.
Il via sarà dato alle 12.00; ci aspetta un giro di 20 km, al 95% in fuoristrada, da percorrere in 30 minuti, per 5 volte: 100 km di fuoristrada, mica niente! All'interno di questo anello è ricavata la P.S.: è una Linea, ossia un percorso in fuoristrada dove il punto di arrivo e di partenza non coincidono e sono distanti tra loro; questa è dichiarata dagli organizzatori essere di ben 4 km, 4 km da fare a manetta! Il Controllo Orario verrà effettuato al momento di ingresso in P.S., lo chiamano Tempo Imposto di Ingresso in P.S..
La P.S. si trova ad un paio di km dalla pizzeria.
Restiamo per un'ora a cazzeggiare nel parcheggio della pizzeria, spuntino e sigaretta, in attesa di partire: questo buco è stata la nota dolente della gara, con l'umido che c'era mi si sono ghiacciati i muscoli ad aspettare, avrei preferito ripartire subito per il giro di enduro.
Passa che ti passa, io e il Farmacista non abbiamo capito che dobbiamo timbrare la partenza all'ingresso della P.S., quando ce ne accorgiamo mancano ormai pochi minuti e ci tocca correre come folli.
Un paio di km di asfalto in mezzo ai campi, poi si prende un desolato sterrato tutto pozze e buche fino ad un campo di stoppie dove c'è la partenza: io arrivo in tempo ma il Farmacista è in ritardo e forse si prende la penalità ma non ne siamo sicuri: su 5 passaggi solo in uno mi chiederanno la tabella di marcia, mi sorge il dubbio che abbiano lasciato perdere anche il C.O. o Tempo Imposto che dir si voglia, per rilevare solo il tempo in P.S..

IL FOSSO AD U

Si entrava in questo fangoso campo di stoppie, delimitato all'estremità da un terrapieno, forse un argine, alto un paio di metri sulla campagna circostante e da un boschetto ai suoi piedi.
Il primo giro non è cronometrato per cui io e Gianantonio entriamo assieme nel circuito; percorriamo i primi "pettini" e tornanti, su e giù per il campo, fino all'ingresso del boschetto, dove ci sono alcuni piloti in attesa; attesa di cosa?
Attendono il loro turno si superare un piccolo fosso, passaggio obbligato per accedere al boschetto; è il classico fosso di irrigazione, profondo, sezione ad U, pareti quasi verticali, fondo strettissimo dove ci sta appena una ruota alla volta; il classico guado dove entri con la ruota anteriore, ti trovi il posteriore ancora sul campo sovrastante, la forcella a pacco e rischi di cappottare in avanti; poi riesci a portar su l'anteriore e ti trovi con la ruota motrice nel fosso e il pericolo concreto di ribaltarsi all'indietro.
Tutti i piloti che mi precedono riescono a passare, compreso il Farmacista: tocca a me, sono ultimo e solo; purtroppo mi ero fermato troppo sotto a Gianantonio, per cui entro nel fosso con zero inerzia; riesco a portare la ruota anteriore sull'altra sponda, ma il terreno non da nessun grip, la ruota motrice "pialla" senza risultato la terra e la moto resta ferma a 45°.
Tento la manovra a spinta, ma la sponda del fosso bastardo è talmente scivolosa che non riesco nemmeno a stare in piedi di fianco alla moto; provo ad arretrare, cercando quella breve rincorsa che in queste situazioni ti aiuta a salire, ma questa fogna è troppo stretta, ci sta solo la ruota! Disperato, carico con i miei 90 kg il monoammortizzatore, spostandomi subitamente al rilascio del gas, cercando l'effetto "TRIAL", per essere sparato oltre l'ostacolo: inutilmente! Affranto, non mi resta che riportare la moto sul campo iniziale, per ritentare il guado con maggiore slancio, ma non ho nemmeno la forza di fare questo e, nel tentativo di sorreggere la moto in caduta libera, finisco con i piedi ammollo nella melma gelida.
Finalmente, mossi a compassione, o più probabilmente preoccupati dal fatto che avrei ostruito il passaggio a tutti gli altri piloti, uno dei preposti all'Ingresso della P.S. viene a tirarmi fuori dalla merda!
Riparto avvilito: come farò i giri successivi?

LA FERROVIA

Sfatto e strafatto, entro nel boschetto: più che una Linea sembra una gimkana, le curve e i passaggi sono talmente stretti che devo utilizzare tutto il raggio di sterzo del'XR per muovermi in quel dedalo di alberelli; il tratto in questione è comunque molto breve, mi si para davanti il terrapieno, da risalire per una bella rampa che lo taglia in diagonale, mista terra e sassi; do gas, e senza tanti indugi sono in "vetta": mi aspettavo di trovarmi di fronte un bel canale melmoso, invece sull'altro lato ci sono solo campi! Realizzo che il terrapieno non à l'argine di un canale, ma la massicciata di una ferrovia in disarmo, sopraelevata di oltre 2 metri sui terreni acquitrinosi circostanti, una strada sopraelevata che taglia, perfettamente dritta, l'immobile piattezza della pianura (scoprirò poi trattarsi della vecchia ferrovia Mantova-Noventa-Padova).
La P.S. in linea si sviluppa tutta lungo l'asse ferroviario: non avendo il benché minimo rilievo naturale atto a far selezione degli enduristi, gli organizzatori hanno pensato bene di sfruttare l'unica elevazione disponibile, la ferrovia abbandonata: geniale!
A tratti si corre sulla sommità della massicciata, dove una volta passavano i treni; poi si scende sui campi a fianco, dove sono stati allestiti lunghi tratti fettucciati; quindi si ritorna in cima al terrapieno, per rampe tracciate (e tagliate!) negli arbusti; queste rampe sono brevi, ma bastarde: alcune sono dritte, quasi verticali, a rischio ribaltamento; altre salgono oblique sul pendio, e allora il rischio è slittare con il posteriore; a volte alla base del terrapieno c'è una piccola canaletta o buca che impedisce di prendere bene la rincorsa e l'ascesa è più precaria.
Notevole il dispiegamento di uomini lungo la linea, praticamente in ogni punto "hard" c'era un addetto di sorveglianza.
In uno dei tratti fettucciati a lato c'è un enorme fangone che occupa l'intera pista, ci entro dentro fino ai mozzi, quasi bloccandomi per l'enorme potere aggrappante del fango! Poi dei passaggi attorno a degli alberi isolati e si punta di nuovo la prua verso la ferrovia, in direzione della stazione abbandonata di Casaleone.
Si gira attorno al rudere, veramente orrido, in mezzo alle macerie ferroviarie e a rovi modificati geneticamente, date le loro dimensioni! In loco stazionano pure le ambulanze, non so se per assistere degli enduristi nelle eventuali cadute oppure soccorrerli in caso di contaminazione chimico-batteriologica: quelle vecchie mura sono più abituate alle frequentazioni di tossici, prostitute e maniaci sessuali che sportivi ed atletici enduristi! Ahhha, l'enduro! Ti porta in luoghi che nessuno immagina, privilegio di pochi: discariche abusive, rovine abbandonate, campi trattati all'uranio impoverito, sperimentazioni di OGM vari!
Lasciata alle spalle la stazione si prosegue ancora per un po’ su e giù dalla ferrovia, fino alla fine della P.S.: l'ultimissimo tratto percorre un campo al margine della massicciata, pieno di buche enormi; gli addetti mi gridano qualcosa per incitarmi, credo: ormai sono io la vera star di questa corsa, altro che i Top Driver in testa!
Usciti dalla P.S. ci aspetta però l'ultima sorpresa riservataci dagli organizzatori: risaliamo sulla ferrovia, ma, dopo pochi metri, invece di farci proseguire dritti, ci fanno passare in uno strettissimo passaggio tagliato in mezzo agli arbusti della scarpata, che conduce all'imbocco di uno strettissimo tunnel, largo quanto il manubrio; questo tunnel porta sull'altro lato della massicciata, ma , appena usciti, ci fanno tornare in cima al terrapieno, obbligandoci a percorre uno strettissimo tornante tra gli alberi. Qui clamorosamente mi bloccavo ed iniziavo lo scavo di una trincea stile 15-18; gli organizzatori, per evitare che smantellassi a colpi di tassello l'unica loro pseudo-montagnola, magnanimamente mi acchiappano la forcella e mi tirano su.

PROSIEGUO DELLA GARA

Mestamente penso al prossimo passaggio del Fosso a U, dei fangoni vari e del Tunnel: cazzarola, altro che passeggiata di fine stagione, questa gara non scherza!
Finalmente termina il tratto ferroviario della gara: il percorso monta sull'argine di un fiume, o canale, il nome dovrebbe essere Frignone, Fregnone o Tregnone, la cartina del percorso non si leggeva bene.
Il colpo d'occhio è straniante ed inusuale: il fiume scorre pigro e contorto nella campagna, attorno campi, campi, e solo campi; la bruma non si è mai alzata del tutto, per cui l'orizzonte è sfumato, le rare fattorie più che vedersi si intuiscono tra i vapori dell'aere; sull'altra riva c'è una casa colonica diroccata ed invasa dai rovi, sembra un maniero antico di secoli; non so perché ma mi viene in mente la Scozia: non ci sono mai stato, ma la immagino così.
Mi piacerebbe fermarmi a meditare o piuttosto a sonnecchiare ma non ho però molto tempo di contemplare il paesaggio, il cronometro corre; mi ritrovo a tirare le marce, il trip master se n'è andato da un pezzo ma sicuramente, in quarta e quinta piena sono intorno ai 90-100 km/h; rischioso, perché l'argine non è rettilineo e il fondo di erbetta fine è insidioso.
Dopo una bella tirata lungo il Frignone, lo si abbandona, ma si prosegue sempre lungo gli argini di fossi e canali, a tratti stretti, a tratti fangosi; spesso li si attraversa su ponticcioli in legno messi dagli organizzatori, scivolosissimi! Vedo un paio di piloti che hanno assaggiato il fango padano, per evitare guai non bisogna accelerare, frenare, inclinare la moto, passare solo per inerzia: solo così si sta in piedi.
Il percorso ora si avvicina a zone meno remote, con qualche parvenza di civiltà; si passa per alcune fattorie, su sterrati fangosissimi, molto Albero degli Zoccoli, fino a ritrovare la P.S. di cross della mattina, che si percorre in senso contrario, ma senza essere cronometrati.
Ritrovo il Farmacista, ma non abbiamo nemmeno il tempo per una piccola sosta, ci restano pochissimi minuti al C.O. e ripartiamo di gran carriera verso la P.S.: praticamente in trasferimento ho corso come e forse più che nella Linea! un giro da 30 minuti da fare sempre a manetta, per 5 volte: 100 km a rotta di collo!
Supero il fosso ad U come neanche ci fosse, mi sblocco psicologicamente e affronto i successivi passaggi nella ferrovia con spirito diverso: mi bevo le rampe e gli ostacoli come niente, divertendomi pure!
Ma sono i tratti fettucciati ne campi che mi sfiancano: nei fangoni soffro, sono sempre a rischio caduta e in quello più terribile arrivo ad un soffio dal piantarmi dentro: all'ultimo passaggio letteralmente mi fermo, sfriziono col motore in fuorigiri e alla velocità di una lumaca ne esco fuori.
Altro momento da ricordare è quando il Farmacista, che mi precede, cade rovinosamente scendendo dalla ferrovia, lui disarticolato come un quadro di Picasso, il K mimetizzato nella palta; mi fermo per vedere come fa, ma mi fa cenno di proseguire la mia P.S.; poco dopo me lo vedo arrivare alle spalle, raggiungermi e superarmi: accidenti come recupera e corre stò vecchietto! Mi sorge il sospetto che stia assumendo nuove sostanze dopanti che non vuole condividere con me, quelle che mi ha passato oggi non sono così buone!

EPILOGO AMARO

Inanello giri su giri, sento già il gusto della Vittoria, mi immagino le top models in tanga e stivali di gomma che mi porgono il Magnum di Champagne per festeggiare! Ma il destino crudele mi attende al varco: al termine del penultimo giro, già in vista del paddock, sento il posteriore che sbisciola, inequivocabile segnale che ho bucato: NO, CAZZO, NO!!!
Arrivo fino al Barone Rosso, mi fermo a controllare e vedo che addirittura il pneumatico è uscito da canale. Ma, tastando la gomma mi accorgo che la camera d'aria è ancora bella gonfia: incredibile, non ho forato, il pneumatico si è tallonato da solo!
Ho un attimo di scoramento, sono stanco, penso al ritiro ma poi mi dico che non posso arrendermi così, ormai alla fine! Tiro fuori le leve, butto la moto su di un fianco ed inizio il lavoro di ritallonare il pneumatico. La gente attorno mi osserva con interesse, qualcuno si offre di darmi una mano, grazie, ma riesco a fare da solo, la gomma è rimontata; lascio lì gli attrezzi e riparto con una decina di minuti di ritardo, felice come avessi vinto una Dakar!
Ma è una gioia di breve durata: dopo poche centinaia di metri sull'asfalto che conduce alla ferrovia, sento la gomma uscire di nuovo, inesorabilmente: realizzo appieno quello che prima avevo appena abbozzato in testa ma subito scacciato, quasi ad esorcizzarne il timore: non avevo bucato, ma si è rotto il copertone, specificatamente il cavo d'acciaio, annegato nella mescola, che tiene il pneumatico saldamente ancorato alla gola del cerchione! Rotto il filo, non c'è niente che tenga, la gomma scivola inesorabilmente fuori! Scornato, ritorno all'auto, comunque soddisfatto della giornata: ce l'ho messa tutta, sono arrivato quasi in fondo ed ha ceduto prima il mezzo meccanico piuttosto che il pilota!
Attendo il ritorno di Gianantonio iniziando l'opera di pulizia e smontaggio della moto, da non credere la quantità di fango accumulata!
La giornata si conclude davanti a un fumante piatto di maccheroni al ragù, spariti nelle mie fauci in circa 9 nanosecondi! Lo staff della gara è affaccendato nelle classifiche, sembrano un gruppo di liceali alle prese con una relazione di fisica newtoniana, pare non ci si raccapezzino proprio e delle classifiche, anche parziali, nemmeno l'ombra. Ma a me non interessa, anche se fossi arrivato in fondo sarei stato ultimo, penultimo o terzultimo, la mia gara personale l'ho già vinta, partecipando.
Fuori inizia a cadere la pioggia, cala il sipario su questa bella manifestazione: alla prossima volta!

Alves
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carlo
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Re: Agonista x caso: 2 anni di Regionale Enduro Amarcord III°

Messaggio da carlo »

Finisco solo ora di leggere le tue avventure agonistiche. Mi sembrano la descrizione di un inferno in terra piuttosto che un modo per divertirsi =:-0 , ma a ognuno il suo. Il fatto che le abbia trovato divertenti (oltre che terrificanti) testimonia la capacita' dello scrittore. Al prossimo racconto.
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Re: Agonista x caso: 2 anni di Regionale Enduro Amarcord III°

Messaggio da SuperHank »

Grazie mille del divertente commento! :)
Sono gli stessi pensieri che ho provato in ogni gara, sintetizzabili in un "Mai più!!" ... ma poi ci ricasco sempre! :bye:
Alves
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