Almeno posso sistemare qualche vecchio racconto
2 GIORNI DI SCOUTING
TRACCIANDO LA HARDITAROAD 2018
“L’attesa del piacere è essa stessa piacere”. G.E. Lessing

Lo scrittore e giornalista Ennio Flaiano, in un suo famoso aforisma, con l’ironico cinismo che lo contraddistingueva, affermava che nella vita di un uomo sono solo 5 o 6 i giorni che contano, gli altri fanno solo volume. Sicuramente esagerava, ma è certo che tanto del nostro tempo è speso in attività banali e mediocri, attendendo la “botta di vita” della sera, del fine settimana, delle ferie, della pensione …
Per un motociclista, i giorni dedicati ad un viaggio, un giro in moto, una gara, sono sicuramente fra quelli che contano e, proseguendo nel gioco delle citazioni, calza a pennello l’abusato motto della pubblicità Campari sul piacere dell’attesa: non è forse vero che, pensando alla prossima uscita, mentre si controlla la moto, si prepara l’abbigliamento, l’attrezzatura, si pregusta già il piacere della girata in sella? La stessa cosa accade anche agli organizzatori; nessuno può negare che preparare un qualsiasi evento motoristico in questo paese sia una missione quasi impossibile, tra leggi, enti, divieti, regolamenti, polizie, comuni, parchi, ecc., ecc., ecc. … un cimento che solo dei pazzi masochisti potrebbero affrontare. Tutto vero, quante volte gli organizzatori si dicono “ma chi me l’ha fatto fare!”.
Creare un evento enduro adventouring di 2 giorni come la Harditaroad (HDR), da Trento a Trieste in fuoristrada è una responsabilità immensa, ma quanto divertimento nel farlo. Per mesi si susseguono incontri con i colleghi, nei salotti di pazienti mogli, o in pizzerie e bar, (non sempre gli stessi, che alla lunga anche i baristi si scocciano di queste riunioni interminabili che occupano tavolini preziosi); si passano serate su mappe spiegate su tavoli, oppure curvi su schermi di PC cercando di afferrare cosa l’amico smanettone sta facendo col mouse; si prendono appunti, si assegnano compiti, si fa proselitismo per cercare volontari involontari disposti a dare una mano; importantissimo, si lavora agli aspetti burocratici per avere permessi; si cercano sponsor, si fanno bilanci preventivi;e finalmente, con la bella stagione, arriva il momento di andare a verificare sul campo il lavoro a tavolino, rendere concreti le informazioni binarie, 0 e 1, che costituiscono il DNA di tutte le colorate tracce GPS visualizzate sulle mappe digitali.
La HDR 2018, 3° edizione, presenta alcune novità: la seconda giornata, dove le precedenti edizioni avevano visto l’attraversamento della campagna friulana per raggiungere Trieste, si snoderà nella parte montana del Friuli Venezia Giulia, per cui, dopo aver attraversato il Cadore, attraverso le Alpi friulane si dovrà raggiungere la Slovenia e da lì scendere a Trieste. Il sottoscritto si faceva avanti volontario per la missione di ricognizione in loco: quasi un obbligo in effetti, dato che avevo messo molto del mio nel tracciare questa parte del giro.


Val D'Oten.
Fare uno scouting sul terreno (anglicismo abbastanza orrido ma chiaro) è una attività complessa e stimolante; intanto occorre saper valutare obbiettivamente le proprie capacità di guida sia in generale, sia applicate allo specifico percorso testato, e rapportare queste valutazioni alla maggioranza dei partecipanti; ci sarà sempre il fenomeno da mondiale a cui tutto risulterà banale, come pure il neofita alla prima esperienza per cui anche una pietra di traverso pare un ostacolo insormontabile, ma quello che conta è calibrare le difficoltà sulla media dei partecipanti, non sugli estremi.
Oltre alle difficoltà tecniche bisogna prestare attenzione ai tempi, immaginarsi con sufficiente precisione quando transiterà il gruppone, per calibrare punti di ristoro, controlli di percorso, staffette sul tracciato nei possibili punti critici. Infine bisogna scoprire le possibili insidie che su mappe e video non appaiono, e come neutralizzarle. A volte sono ostacoli banali, che non comprometterebbero certamente la sicurezza e la riuscita del giro, ma che fanno la differenza tra un evento professione ed uno casereccio: ad esempio l’uscita da una piazza per quella che è una pista ciclabile (mica lo capivi dalla mappa digitale!!), oppure un tratto di strada interrotto per lavori. Queste però sono inezie, i possibili problemi sono ben altri …
Un po’ di lungaggini per avere, tramite i buoni uffici del Presidente del MC, i permessi dalle autorità locali ad effettuare il passaggio, ed in una afosa mattina di giugno dirigevo il mio bicilindrico a V verso il Cadore. Giunto in provincia di Belluno, mi incammino verso il Cadore per strade secondarie, evitando gli infiniti tunnel e viadotti delle vie a scorrimento veloce. Un viaggiare più consono alla filosofia dell’adventouring, che mi da modo di fare, nel piccolo, un viaggio antropologico culturale: piccolissimi paesi e contrade, quasi nessuna auto sulla strada, un susseguirsi di case dalle imposte sbarrate con cartelli “vendesi” sulle facciate; una montagna dimenticata, lontana dai trionfi delle Dolomiti patrimonio Unesco, che lentamente muore, in buona parte per una strada super veloce che non passa da lì. Ma è tempo di accantonare simili riflessioni, sono arrivato alla prima valle da esplorare. Mi inoltro lungo il torrente, valuto distanze, prendo la misura degli incroci, scatto qualche foto; ecco che la pista che sto seguendo guada un torrente, una distesa di ghiaia trascinata giù dalle cime dolomitiche: mi addentro cauto nella bianca distesa, anche perché c’è una mamma con bambini che si bagna sul rio … faccio una curva per allontanarmi da loro e non recare fastidio, quando la ruota posteriore si infossa, la moto si ferma, perdo l’equilibrio e cado a lato come un pero! Con grande fatica, sudando le proverbiali 7 camice, riesco a rialzare il pachiderma (non a caso, la mia moto si chiama Elefant!) e, dopo aver studiato la traiettoria, guado senza problemi il torrente.
Ma le mie peripezie non sono finite qui; per uscire dalla valle abbiamo, sulla carta, selezionato 2 alternative; la prima che imbocco si rivela essere un sentiero erboso in discesa, talmente ripido e scivoloso che sono costretto a scendere dalla sella e mettermi a fianco della moto: non sarei in grado di risalire, mi dico. E quando raggiungo il fondovalle c’è la sorpresa: il torrente non è più facilmente guadabile di quanto non lo sia lo stretto di Messina, c’è si un ponte, ma pedonale e con delle barriere in legno anti moto! Sconforto totale! Ci sono degli anziani al lavoro su un baito; chiedo lumi, mi dicono che alternative non ci sono, o risalgo o passo il ponte. Potrei smontare le barriere (e poi ovviamente rimontarle) ma ne io ne loro abbiamo le chiavi a brugola delle misura corretta per farlo … mi vedo già bloccato qui, costretto a chiamare soccorsi, una figura di m…a colossale per me e per la HDR. Ma prima di arrendermi un tentativo lo devo fare; sgonfio al massimo le gomme, sopratutto la posteriore, alla ricerca spasmodica di un briciolo di trazione in più; parto deciso a giocarmela tutta, disperando di farcela, ma la fortuna aiuta gli audaci: sbandando ad ogni metro salgo più di quello che mi aspettassi, cado, mi rialzo, riparto, cado una seconda volta, spingo i 200 kg della moto, riparto, sfatto dalla fatica vinco la mia battaglia, e sono in cima, salvo! Chiaramente, ai fini del percorso HDR, la strada giusta era la seconda!

Buoi di differenti razze!

Le Marmarole.
Ma questa lunga giornata di scouting non è certo finita; una coppia di mulattiere, che dovrebbero rispettivamente portarmi in quota nei pascoli alpini e poi condurmi verso il Friuli, mi succhiamo le residue energie. Tratti cementati ripidissimi, cosparsi di terriccio e foglie marce, radici affioranti, scaglie di pietra e sassi smossi, pozze di fango scavate dai trattori dei boscaioli: non manca nulla del campionario delle difficoltà fuoristradistiche; i solchi sono a tratti così profondi che mi incastro con le borse laterali nel terreno, di nuovo devo scendere dalla moto e spingere per uscire dall’impasse! E, come non bastasse tutto ciò, il più classico temporale estivo mi si scatena sulla testa.


Quando il gioco si fa duro ...
Il raggiungere l’asfalto è un miracolo, l’apparire di un rifugio alpino un miraggio. Incurante di essere a 1800 metri di quota, lontanissimo da qualsiasi paese, mi precipito all’interno, a supplicare una camera. Unico avventore, ceno con i giovani gestori e i loro piccoli figli, ritirandomi in camera per dormire all’ora in cui di solito mi siedo a tavola.


Riposo.
Svegliarsi a 1800 metri di quota, alla finestra dolomitici diedri rocciosi ancora imperlati di residue lingue di neve, sul tavolo un’abbondanza di burro, pane, marmellate, formaggi, insaccati, torta e caffè, davanti una giornata di centinaia di km in moto attraverso le montagne: cosa volere di più dalla vita? Alle 8.00 sono in sella, e la colazione da campioni si rivelerà una scelta vincente, infatti il successivo pasto sarà alle 21, una pizza sulla via del rientro in Veneto, 13 ore quasi sempre in sella, con solo pause fisiologiche, rifornimento benzina, foto, un caffè e 4 fette biscottate per merenda: anche questo è fare scouting.
Spero vivamente che il secondo giorno non sia ostico, ma l’inizio è sulla scia del precedente: pochi piacevoli km di una sterrata nel bosco ed ecco l’ennesimo guado; l’alveo pietroso è molto ampio, ma la corrente d’acqua si è scavata uno stretto canale dove la corrente scorre impetuosa. Mi fermo a studiare con calma la situazione; nel corso della futura manifestazione questo guado non sarà un problema soverchiante, considerando che i piloti parteciperanno in squadre di 3, dandosi reciprocamente man forte nel guadare il torrente; probabilmente non necessiterà nemmeno mettere una squadra di marshall a presidiare il passaggio. Ma ora sono solo, e devo usare cautela. Studio con cura il greto, grazie alla limpidezza dell’acqua vedo nitidamente il fondo, cercando un punto dove non ci siano pietre tropo grosse e fisse, che mi farebbero scivolare, ma nemmeno troppa sabbia, che mi farebbe sprofondare (e chi poi mi tira fuori da lì? Ho diversi km di foresta prima di trovare una malga abitata!). Creo degli inviti all’entrata e all’uscita dall’acqua, scavando con le mani nella rena, e mi lancio con gas costante nel guado: 2 s e sono dall’altra parte incolume, è stato un successo!

Piedi bagnati?
Da qui in avanti il santo protettore degli scouter in moto decide che ho pagato dazio a sufficienza, e la mia ricognizione procede finalmente senza intoppi. Mi addentro sempre più nella Carnia, letteralmente volando fra terra e cielo, seguendo il filo di crinali che separano queste splendide vallate; le strade sono assolutamente deserte, la stagione estiva del turismo deve ancora partire, sebbene già le malghe siano monticate, con i malgari al lavoro negli stabbi e le vacche placidamente ruminanti nei prati.


Il Paradiso ...
La traccia principale del percorso risulta impraticabile, quella che credevamo essere una strada è un sentiero da moto enduro racing, perdi più dei tronchi buttati a bella posta sul tracciato fanno capire inequivocabilmente che qualcuno non gradisce il passaggio di mezzi su detta pista; rimedio con una traccia alternativa, riesco a salire per alcuni km ma nel mezzo di una faggeta molti e molti grossi alberi sono rovinati, compresi di mastodontiche radici, sulla strada; forse per la data di svolgimento della HDR saranno stati rimossi, ma non ne possiamo essere certi, per cui sono costretto a tracciare una terza alternativa. Il temporale mi perseguita, gioco a rimpiattino con le nuvole cariche di pioggia, ogni tanto mi raggiungono e mi elargiscono una copiosa dose di refrigerante; nemmeno mi prendo la briga di mettere l’anti acqua, dopo mezz’oretta di aria in corsa sono di nuovo asciutto, e pronto per il successivo temporale; saranno ben 3 in un pomeriggio!


Mai paura!
Avanzo, avanzo verso il confine, mi avvantaggio di strade a scorrimento veloce in centro Carnia, ma poi è di nuovo tempo di strade sterrate, vallate disabitate dove l’unica presenza che incrocio è quella di militari dell’esercito Italiano in addestramento, se il Presidente otterrà tutti i permessi la HDR 2018 sarà un giro epico. Valico infine il confine, sono in Slovenia; rifornimento a Caporetto, da qui scendo verso il mare lungo il corso dell’Isonzo, percorrendo i boschi dei suoi versanti alla ricerca di sterrate, transitando per i campi di battaglia del 15–18: la Bainsizza, il Kolovrat, il monte Santo. Nel tardo pomeriggio rientro in Italia a Gorizia: ricognizione fatta, missione compiuta, la tratta cadorina-friulana-slovena della Harditaroad è cosa fatta.

Questa è un'altra storia ...
Per rientrare in veneto la prendo lunga, tanto da arrivare a casa in piena notte; ho da collaudare una traccia sterrata che mi è stata passata, attraverso la campagna isontina ed aquileiese: ma questa, come si dice , è un’altra storia.
Alves